lunedì 8 giugno 2009

Non per fama, non per gloria, ma per la rossa aurora

Sarajevo, Bosnia, 28 giugno 1914.
C’era grande fermento per le strade: la colonna che accompagnava l’arciduca Francesco Ferdinando d’Este, erede al trono del grande Impero austro-ungarico, e sua moglie, la contessa Sophie Chotek percorreva le vie di Sarajevo, in visita alla città.
Alle ore 9.50 c’era grande confusione, tra sostenitori e curiosi nessuno si accorgeva di un gruppetto di ragazzi che si erano fermati all’angolo del corso Voivoda, sembravano persone normali, in realtà facevano parte del gruppo “Giovane Bosnia” e non si erano fermati lì per una pura coincidenza: erano armati di tutto punto, con pistole e bombe fornite dalla società segreta “Mano Nera”, pronti ad assassinare l’arciduca e chiunque glielo voleva impedire.
Alle 10.00 precise, da una taverna non molto lontana, uscì un ragazzo. Con passo svelto e con fare agitato stringeva, con la mano che aveva in tasca, una pistola semi-automatica con cui doveva sparare all’arciduca quando gli sarebbe passato davanti. Era uno studente pieno di speranze per la Bosnia, aveva solo 19 anni e si chiamava Gavrilo Princip.
Forse qualcuno del suo stesso gruppo, la “Giovane Bosnia”, lo incoraggiò anche, con una pacca sulla spalla e sussurrando “forza Gavrilo, dopo oggi gli invasori capiranno che la Bosnia dev’essere libera!”.

All’improvviso un’esplosione, poi gente che urlava scappando via e la macchina con a bordo l’arciduca e sua moglie illesi gli passarono davanti a tutta velocità.
”Evidentemente qualcuno del gruppo appostato all’inizio di corso Voivoda ha sbagliato il tiro della bomba a mano” pensò Gravilo “ormai è troppo tardi, meglio andarsene mischiandosi tra la folla”.
La macchina con l’arciduca e sua moglie andò verso il municipio, giusto il tempo per far sì che l’arciduca se la prenda con il sindaco per via dell’accoglienza ricevuta, poi tornò in dietro a prendere l’aiutante dell’erede al trono che era rimasto lievamente ferito.
Fu in quel momento che Gravilo Princip, mentre andava verso via Re Pietro, s’imbatté nell’auto con l’arciduca, che procedeva a passo d’uomo a causa della confusione procurata dall’esplosione.
La visuale era libera, il bersaglio era vicino, era un’occasione più unica che rara: dopo aver esitato Gavrilo s’armò di determinazione, tirò fuori la pistola, e sparò. Due spari. Colpì la contessa Sophie Chotek, moglie dell’arciduca, allo stomaco e colpì l’arciduca Francesco Ferdinando d’Este al collo.
I due morirono poco dopo, mentre le guardie saltavano addosso a Gavrilo, colpendolo e insultandolo prima di arrestarlo.

Il processo si tenne in ottobre, vennero processate venticinque persone tra esecutori e complici.
Gavrilo non venne condannato a morte perché per legge la pena capitale non poteva essere comminata ai minori di 21 anni, ma morì tre anni dopo, di tubercolosi, a causa del carcere duro.

L’attentato fu una scusa per far scoppiare la Prima Guerra Mondiale, in cui morirono milioni di persone.
Lo scopo dei “Giovani Bosniaci” però era un altro: liberare il loro paese dall’occupazione austro-ungarica grazie anche all’appoggio della Serbia, che doveva assumere il compito che ebbe il Piemonte per l’Italia e unire tutti i popoli della Iugoslavia, cosa che si realizzerà dopo la Seconda Guerra Mondiale sotto il sanguinoso regime comunista di Tito. Alla morte di Tito però la situazione diventerà instabile e negli anni ‘90 scoppieranno le guerre Iugoslave di cui ancora ricordo i servizi dei TG.
all’epoca però Princip e gli altri attentatori non avevano idea di cosa sarebbe successo in futuro, fecero l’attentato per il bene della Bosnia senza nemmeno immaginare i milioni di morti della Prima Guerra Mondiale.
Sacrificarono le loro vite per il futuro dei bosniaci e avevano dai 19 ai 23 anni. Erano eroi o terroristi?

E così un giorno sentì il mio compagno di banco insultare Gavrilo Princip dopo aver visto una sua foto sul libro di storia. Io feci finta di niente tornando a seguire la lezione annoiato, con la consapevolezza che non avrebbe capito il sacrificio di quel ragazzo che aveva la nostra età, un gesto che oggi sfido chiunque a fare, oggi che non ci sono più ideali, lotte ed eroi.
Forse fu irresponsabilità ma sicuramente il coraggio non gli mancava: aveva solo 19 anni, come me, e si era sacrificato per il futuro della bosnia…

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